martedì 13 settembre 2011

"Grazie Marco: questa è passione"


- Di Stefano Molinelli
Per esprimere un mio pensiero fondamentale e di tutta TF , pubblico la recensione di un'intervista fatta a Marco Bellocchio, regista italiano e, permettetemi, mio "conterraneo". In realtà io sono nato a Milano. Lui e' nato, cresciuto e ha mosso i primi passi nella cinematografia a Bobbio, in provincia di Piacenza, nel cuore verde della Val Trebbia, la valle e il territorio in cui sono nati i miei genitori e dove, da oltre 46 anni, sono cresciuto respirando e vivendo la bellezza trionfale di quella natura verde e selvaggia che han portato molti, e uno su tutti Oscar Wilde, a definirla "la valle più bella del mondo". Non esageriamo, dico io: una delle più belle del mondo e della nostra cara amata Italia. Ma vi lascio all'articolo apparso su "Il Futurista" di questo mese. Capirete perche lo pubblico.
"Il discorso di Marco Bellocchio, che ha ritirato il Leone d'oro alla carriera durante la  68sima edizione del Festival del Cinema di Venezia, è un manifesto ideale. Non di partito né di parte, ma un vero piccolo inno all'uomo libero, quello che...
, ammette, ha cercato sempre di essere. Rischiando, spesso, di non essere capito, di venire accusato di tradimento a quelle famiglie politiche ansiose di occupare spazi ideali, di prendersi pezzi di cultura come se fosse una materia identitaria, un oggetto su cui applicare un marchio proprietario. Invece, spiega il regista: «La mia carriera sono i film che finora ho fatto.
Film diversi a seconda delle esperienze umane molto diverse che ho vissuto in 50 anni di carriera». Il cambiamento, ecco, raccontato come elemento fondamentale della vita di un uomo libero, che si forma attraverso l'esperienza e non, al contrario, come purtroppo spesso avviene, piega l'esperienza a una formazione culturale e politica rigida e inflessibile. «Ricorrente- continua Bellocchio- è la domanda del giornalista: Ma la tua rabbia, quella dei Pugni in tasca, dei mitici anni Sessanta, dove è finita? L’intenzione è, sempre, di fissarmi, pietrificarmi in quel passato. Ho risposto una volta di sentirmi un ribelle (o un rivoluzionario?) moderato, definizione che piacque e conquistò il titolo. Il significato di quel rivoluzionario – o ribelle – moderato, al di là della contraddizione palese che appunto un rivoluzionario non può essere moderato, è forse di un ribelle che ha rinunciato alla violenza». Ecco l'unica descrizione politica che il regista dà di sé: un ossimoro, una contraddizione, la definisce, ma forse l'unico modo di poter essere, mettendo insieme l'amore per il cambiamento, l'andare avanti, il procedere, lo sprezzo per lo status quo perenne, le posizioni conquistate una volta per tutte e il rispetto, profondo, per gli altri. Perché l'assenza di violenza è proprio questo: saper domare la passione libertaria solo attraverso il senso di calda comunità, la solidarietà mai viscida, mai scontata, sempre politica. «Da allora, i mitici anni ’60- spiega il regista- le mie immagini sono cambiate, perché la mia vita è cambiata. Non sono più l’assassino o il suicida i protagonisti delle mie storie. Né il pazzo il portatore della verità. Sono indubbiamente cambiato (la possibilità di cambiare, di trasformarsi, per certa cultura è inconcepibile e quindi affermarlo è già una provocazione): le immagini stanno lì a dimostrarlo. Ciò che non è cambiato è una naturale inclinazione a stare dalla parte di chi è oppresso, di chi è vittima di qualsiasi violenza, a qualunque classe appartenga, la violenza dei padri – come delle madri – e la loro complicità, ma non di chi accetta passivamente la propria sconfitta e predica la rassegnazione. Credo che la libertà sia la cosa più preziosa per un artista, non parlo delle libertà civili che sono garantite in questo paese, dalle leggi che vanno rispettate, ma quella libertà di immaginazione che mi obbliga a rifiutare il “devo” (o il “non posso”), lo scrupolo morale che è mortale per l’artista, paralizza la fantasia, il devo o non devo per non tradire l’idea (“i compagni”, si diceva una volta), per non essere giudicato come un reazionario, un venduto, o un pazzo». La stessa libertà e la medesima possibilità di mutare sono preziose non solo per l'artista, per chi fa cultura, ma anche per chi fa politica. Perché la politica e la cultura sono fatte della stessa sostanza: l'immaginazione. Si nutrono di creatività, di coraggio, di fantasia. Ecco, sarebbe un grave errore mettere su Bellocchio una etichetta in più, usarlo come strumento, appropriarsi delle sue parole. È legittimo, invece, appassionarsi, quando qualcuno, anche un grande regista, sa trasmettere un senso di speranza e di entusiasmo che è politico, certo, ma senza stare dentro un recinto preciso. Grazie, Marco, perché, in questo periodo i disincanto, ci hai fatto appassionare un po'."  Federica Colonna - Il Futurista.

Nessun commento:

Posta un commento